Qualche tempo fa, ho scritto una convinta apologia del Pd e delle persone che ne decidono le sorti. Un minuto fa ho visto queste, e mi sono cascate le braccia. Non sono esperto di comunicazione (non sono esperto di nulla, a pensarci bene) ma le scelte cromatiche mi sembrano invasive, i riferimenti al tricolore faciloni e lo stile delle didascalie sembra confondere il bello della semplicità con il brutto gli stereotipi.
lunedì 16 gennaio 2012
Dai diamanti non nasce niente, ma dalla Berkshire Hathaway salta fuori qualcosina
Stavo guardando un documentario su Warren Buffett sul sito dei soliti benefattori. Warren Buffett è uno degli uomini più ricchi del mondo. E' ricco, ricchissimo, tanto di più: si stima che il suo patrimonio personale superi i 50 miliardi di dollari. Potenzialmente, potrebbe anche passare intere giornate spaccando televisori con lo schermo al plasma sulle ginocchia. Ma tipo otto ore al giorno. Hai presente la noia.
Il documentario è molto interessante da questo punto di vista, perché racconta che Warren Buffett è un tipo molto poco eccentrico e stravagante, rispetto agli standard che uno si aspetta dall'enormità del suo conto in banca. Ha una casa bellissima, grandissima ma normalmente bellissima e grandissima. Le sue auto sono bellissime e grandissime, sempre in modo normale. A un certo punto, vuoi la generosità encomiabile, vuoi la demenza senile, vuoi l'ambizione di non morire venendo considerato un riccastro più o meno stronzo, Buffett ha deciso di mollare gradualmente il 99% del suo patrimonio alla fondazione filantropica di Bill Gates e moglie. C'è dentro un sacco di roba nel documentario: si scopre anche che Warren Buffett va matto per il cibo spazzatura. Lo stereotipo prevede che lui sorseggi Dalmore 62 (whisky più costoso del mondo: 125.000 sterline la bottiglia) fumando prelibatezze cubane? Ecco, lui di sera si tira una lattina di coca-cola, invece: peraltro possiede un bel pezzo (il 7%, per dire) della multinazionale in questione. E probabilmente la cifra vera della sua eccentricità è l'assenza dell'eccentricità, la sua stravaganza profonda è quella di essere un quindicenne che vive nel corpo di un ottantenne inopinatamente strapieno di soldi. Non lo so. Però te lo vedi. Te lo vedi che comincia da ragazzino con le scarpe vecchie, i capelli sporchi e la testa piena di sogni: gira per le case del quartiere vendendo robetta, si smazza i week-end nel negozio di papà, accumula i pochi dollari con sentimenti dritti all'incrocio fra orgoglio e pertinacia. Da lì al primo investimento finanziario (11 anni, in società con la sorella), dal primo investimento agli studi universitari (con tanti saluti alla retorica marcia italiana sintetizzabile con lo slogan tremendo Dà retta a un pirla. Questo ha preso un master in economia alla Columbia, e fine) e dagli studi universitari a una carriera che ci vorrebbero un paio di Kubrick, per raccontarla efficacemente.
Il documentario è molto interessante da questo punto di vista, perché racconta che Warren Buffett è un tipo molto poco eccentrico e stravagante, rispetto agli standard che uno si aspetta dall'enormità del suo conto in banca. Ha una casa bellissima, grandissima ma normalmente bellissima e grandissima. Le sue auto sono bellissime e grandissime, sempre in modo normale. A un certo punto, vuoi la generosità encomiabile, vuoi la demenza senile, vuoi l'ambizione di non morire venendo considerato un riccastro più o meno stronzo, Buffett ha deciso di mollare gradualmente il 99% del suo patrimonio alla fondazione filantropica di Bill Gates e moglie. C'è dentro un sacco di roba nel documentario: si scopre anche che Warren Buffett va matto per il cibo spazzatura. Lo stereotipo prevede che lui sorseggi Dalmore 62 (whisky più costoso del mondo: 125.000 sterline la bottiglia) fumando prelibatezze cubane? Ecco, lui di sera si tira una lattina di coca-cola, invece: peraltro possiede un bel pezzo (il 7%, per dire) della multinazionale in questione. E probabilmente la cifra vera della sua eccentricità è l'assenza dell'eccentricità, la sua stravaganza profonda è quella di essere un quindicenne che vive nel corpo di un ottantenne inopinatamente strapieno di soldi. Non lo so. Però te lo vedi. Te lo vedi che comincia da ragazzino con le scarpe vecchie, i capelli sporchi e la testa piena di sogni: gira per le case del quartiere vendendo robetta, si smazza i week-end nel negozio di papà, accumula i pochi dollari con sentimenti dritti all'incrocio fra orgoglio e pertinacia. Da lì al primo investimento finanziario (11 anni, in società con la sorella), dal primo investimento agli studi universitari (con tanti saluti alla retorica marcia italiana sintetizzabile con lo slogan tremendo Dà retta a un pirla. Questo ha preso un master in economia alla Columbia, e fine) e dagli studi universitari a una carriera che ci vorrebbero un paio di Kubrick, per raccontarla efficacemente.
Ma come succede spesso, il motivo per cui ho scritto questo post è molto collaterale all'argomento principale. C'è che ho scoperto questo, grazie al documentario. Lo spot natalizio anni '80 della coca, quello coi ragazzi che vorrebbero cantare insieme a me con la candela in mano, quel monumento promozionale della nostalgia precotta e ruffiana che i miei coetanei si ricordano tutti molto bene, non è originalmente italiano. Io pensavo di sì. E' una roba rivisitata da uno spot simile messo su nel 1971 dai fratelloni americani, invece. In Italia, è stata trasmessa dal 1983 al 1990. Il che la dice lunga sul ritardo di protagonismo nella modernità di cui soffriamo con la terra dei liberi e dei coraggiosi.
venerdì 13 gennaio 2012
I walked with a Tv Drama
Sappiamo più o meno tutti che gli zombie sono cosi che si trascinano indolenti e affamati negli horror, che prima di essere quello sono un prodotto dell'incrocio dei riti vudù diffusi e praticati ad Haiti con la cultura già a sua volta contaminata ed eterogenea di New Orleans. Da lì al film di Romero, ci sono di mezzo i vampiri di Matheson in I am Legend: ma poi si andrebbe per le lunghe.
In questi giorni, ho visto le sei puntate della prima stagione della serie Tv The Walking Dead. Funziona un sacco, non solo per gli zombie -che peraltro sono quelli che piacciono a me: tanti, stupidi e soprattutto lenti: a un certo punto sono usciti film in cui gli zombie correvano. Tipo 28 giorni dopo. Ma cosa ti corri che sei uno zombie? Vabbè- ma per il piano di lettura della sopravvivenza di una manciata di individui alle prese con un fenomeno aggressivo alla cui comprensione sono inizialmente sottratti. Da questo punto di vista è un po' come Lost, The Walking Dead. E nonostante ci siano i cosi affamati l'impianto generale è più realistico e strutturato. Ha un andamento lento e intenso in cui le rare accelerate sono efficaci senza essere tamarre, spettacolari senza essere cretine. Ci sono i bravi e i brutti, i buoni e i cattivi, e ognuno ha le sue ragioni. Insomma mi piace un sacco, The Walking Dead. Altro che quei pappamolla dei naufraghi.
lunedì 9 gennaio 2012
Non è peccato, e non è Marx ed Engels
Carcarlo Pravettoni era uno dei personaggi più divertenti degli anni d'oro dei gialappi a Mai dire gol. Era interpretato da Paolo Hendel, e aveva la caratteristica di essere tanto ignorante quanto cinico, tanto surreale quanto verosimile. Una delle sue battute più efficaci sta qui, e faceva così: "Sono strani, questi poveri. Vivono in case malsane, fredde e umide. Mangiano poco, e male. Vi sembran furbi?! Se la cercano."
Lo sketch c'entra sì e no, forse più no che sì, con quello che sto per scrivere ma mi è rimbalzato in testa subito dopo aver assistito all'intervista di Fazio a Monti ieri sera. Tra le tante cose equilibrate e sagge (e interessanti, come la sintesi delle evoluzioni storiche del mercato finanziario negli ultimi 50 anni) che ha detto, il presidente del consiglio ne ha detta una che probabilmente va di traverso a molti giovinastri più o meno di sinistra come me. Ma è una cosa giustissima che non deve essere percepita come antitetica alle istanze di giustizia sociale, semmai come suo principio complementare. Monti ha detto che la ricchezza è un valore. Essere ricchi non è una colpa, aggiungo io: è un merito o una fortuna, o entrambe le cose. Godere di un benessere superiore alla media della popolazione è una cosa di cui essere orgogliosi nel primo caso e consapevoli nel secondo. Orgogliosi e consapevoli: niente di più, niente di meno. (Si parla di ricchezza accumulata nel rispetto della legge, naturalmente: non fate i piripiri nello spazio dei commenti.) (Che poi con chi parlo? C'è un commento ogni 10 post, qui.) (In ogni caso ci siamo capiti.)
Da questa banale riflessione potrebbero scaturire ulteriori considerazioni sulla natura tutto sommato feconda dell'invidia come sentimento di progresso personale e non come canale emotivo di odio del prossimo, quando esercitato con modalità costruttive ed equilibrate: ma facciamo un'altra volta.
Ps: ha detto anche che le tasse bisogna pagarle, naturalmente. E il suo stile di vita complessivo è refrattario a qualsiasi atteggiamento sbanfone come quello scolpito nella memoria collettiva da questo spezzone qui.
Pps: non mi ricordo più dove ho letto una cosa per me essenziale nella formazione personale dei criteri di orientamento tramite cui giudicare ruolo e statura di un politico. La sintesi di quell'insegnamento fondamentale è il seguente: se non usciresti a berci una birra ma vorresti averlo a fianco il giorno in cui ti presenti in banca a chiedere un mutuo per la casa, è opportuno considerare l'idea di votarlo.
Monti corrisponde: mi sento rappresentato da lui solo in una certa misura, ma da ieri sera sono un suo sostenitore.
Pps: non mi ricordo più dove ho letto una cosa per me essenziale nella formazione personale dei criteri di orientamento tramite cui giudicare ruolo e statura di un politico. La sintesi di quell'insegnamento fondamentale è il seguente: se non usciresti a berci una birra ma vorresti averlo a fianco il giorno in cui ti presenti in banca a chiedere un mutuo per la casa, è opportuno considerare l'idea di votarlo.
Monti corrisponde: mi sento rappresentato da lui solo in una certa misura, ma da ieri sera sono un suo sostenitore.
domenica 8 gennaio 2012
Il comico che faceva nitrire i cavalli
Mi sono sempre appassionato ai piccoli universi che stanno dentro a dettagli di poco spessore, agli aneddoti che girano attorno alle cazzatelle, ai batuffoli di cotone dell'ombelico.
Per questo motivo ho accettato, qualche tempo fa, di andare a trovare documenti e testimonianze relative ai celebri nitriti fuori scena che echeggiano in seguito a tutti i riferimenti a Frau Blücher in quel film là.
Mi ci sono messo con la razionale consapevolezza di non saper cavare un ragno dal buco, naturalmente.
Ne è uscita quella fanfaronata qui sotto.
Per questo motivo ho accettato, qualche tempo fa, di andare a trovare documenti e testimonianze relative ai celebri nitriti fuori scena che echeggiano in seguito a tutti i riferimenti a Frau Blücher in quel film là.
Mi ci sono messo con la razionale consapevolezza di non saper cavare un ragno dal buco, naturalmente.
Ne è uscita quella fanfaronata qui sotto.
La prima roba verificata è che nel 2009 Cloris Leachman (Frau Blücher nel film) ha raccontato di quando Brooks le disse che il nome del suo personaggio era la parola con cui i tedeschi definiscono la colla. Questa interpretazione sta alla base di un punto di vista secondo cui, visto che dai tendini dei cavalli si ricava la colla, il nitrito dell'equino esprime la preoccupazione della bestia stessa al sentire la pronuncia -appunto- della parola colla.
Ma "Therein, as the bard would tell us, lies the rub" (cit). Intanto perché i cavalli non sono tette, e la colla non è latte. Cioè: mica si ricava solo dai cavalli, la colla. Che poi, solo a dirla ad alta voce, uno si accorge di quanto sia strampalata l'affermazione "La colla si ricava dai cavalli". Dai. Su. E poi, oserei dire soprattutto, perché colla in tedesco non si dice Blücher. Taac.
Una successiva vulgata individua una relazione significativa nell'omonimia fra la Frau del film con il generale prussiano Gebhard Leberecht von Blücher, che i libri di storia ricordano per aver fatto -insieme ad altri, soprattutto agli inglesi, God save- il culo a strisce a Napoleone Bonaparte: prima a Lipsia e poi a Waterloo. Andava a cavallo questo Blücher? Lo maltrattava? Può essere. Ma non importa.
La versione più convincente, Guglielmo di Occam non era un cretino, è stavolta la più semplice. Blücher è un frequentissimo cognome tedesco. Tipo Bianchi in Italia, o Smith in Inghilterra. Fine della storia.
Il resto è contenuto in una versione che ha a che fare con le caratteristiche metacinematografiche del film, cioè nei suoi elementi caricaturali dei canoni horror. Uno dei luoghi comuni dei film di quel genere è il fulmine improvviso o il brivido collettivo che casca addosso ai personaggi ogniqualvolta il cattivone del film compare in scena o viene nominato. Brooks prende quella roba qui e la rigira applicandola a un personaggio che non è cattivo (al limite è brutto e anonimo) e legandola non a un fenomeno spaventoso o improvviso ma al verso banale di un animale da lavoro nei campi.
Di conseguenza, dato che Brooks si è sempre rivolto a un pubblico la cui cultura cinematografica è perlomeno superiore alla media, dal contrasto che scaturisce fra la costruzione scenica e le conoscenze pregresse dello spettatore, dovrebbe saltar fuori una risata. Il meccanismo, a quel punto, può funzionare e far ridere, o non funzionare e lasciare in testa il quesito: "Ma perché il cavallo ha nitrito?" Nel primo caso, lo spettatore ha colto la finezza e ride della parodia, nel secondo lo spettatore tira dritto e pensa ad altro.
L'espediente decisivo di Brooks, tuttavia, è stato quello di ripetere costantemente lo sketch sfruttando le potenzialità comiche della cosiddetta ritualità della ripetizione. Si tratta di un processo più mentale che culturale: ha più a che fare con la struttura della nostra mente che non con il nostro punto di vista delle cose. I tormentoni funzionano all'incirca allo stesso modo. La ripetizione di una parola o di una scena, a pensarci bene, non è comica di per sè. E' comica nella misura in cui simbolizza una serie di fenomeni molto intimi alla forma della nostra mente - basti pensare ai bambini molto piccoli che fanno intenzionalmente cadere una roba dal seggiolone per una quantità di volte, ridendo sempre dell'intervento del genitore che raccoglie e restituisce - e alla nostra vita: la routine, i gesti quotidiani che si accumulano anno dopo anno.
Insomma. Del nitrito, non fa ridere tanto che è un nitrito: fa ridere che è assurdo -se non se ne coglie l'elemento parodico- o sagace -se invece lo si coglie- ma soprattutto che si ripete continuamente. Quindi la spiegazione personale di tutta 'sta fava a motore, di 'sta ricognizione filologica montata a neve è la seguente: in Frankenstein Junior, il cavallo nitrisce per fare il giro attorno ai meccanismi da cui sorge la paura negli horror classici, e per testimoniare una verità più profonda e universale. Cioè che quella roba fa ridere perché la nostra mente funziona così.
La versione più convincente, Guglielmo di Occam non era un cretino, è stavolta la più semplice. Blücher è un frequentissimo cognome tedesco. Tipo Bianchi in Italia, o Smith in Inghilterra. Fine della storia.
Il resto è contenuto in una versione che ha a che fare con le caratteristiche metacinematografiche del film, cioè nei suoi elementi caricaturali dei canoni horror. Uno dei luoghi comuni dei film di quel genere è il fulmine improvviso o il brivido collettivo che casca addosso ai personaggi ogniqualvolta il cattivone del film compare in scena o viene nominato. Brooks prende quella roba qui e la rigira applicandola a un personaggio che non è cattivo (al limite è brutto e anonimo) e legandola non a un fenomeno spaventoso o improvviso ma al verso banale di un animale da lavoro nei campi.
Di conseguenza, dato che Brooks si è sempre rivolto a un pubblico la cui cultura cinematografica è perlomeno superiore alla media, dal contrasto che scaturisce fra la costruzione scenica e le conoscenze pregresse dello spettatore, dovrebbe saltar fuori una risata. Il meccanismo, a quel punto, può funzionare e far ridere, o non funzionare e lasciare in testa il quesito: "Ma perché il cavallo ha nitrito?" Nel primo caso, lo spettatore ha colto la finezza e ride della parodia, nel secondo lo spettatore tira dritto e pensa ad altro.
L'espediente decisivo di Brooks, tuttavia, è stato quello di ripetere costantemente lo sketch sfruttando le potenzialità comiche della cosiddetta ritualità della ripetizione. Si tratta di un processo più mentale che culturale: ha più a che fare con la struttura della nostra mente che non con il nostro punto di vista delle cose. I tormentoni funzionano all'incirca allo stesso modo. La ripetizione di una parola o di una scena, a pensarci bene, non è comica di per sè. E' comica nella misura in cui simbolizza una serie di fenomeni molto intimi alla forma della nostra mente - basti pensare ai bambini molto piccoli che fanno intenzionalmente cadere una roba dal seggiolone per una quantità di volte, ridendo sempre dell'intervento del genitore che raccoglie e restituisce - e alla nostra vita: la routine, i gesti quotidiani che si accumulano anno dopo anno.
Insomma. Del nitrito, non fa ridere tanto che è un nitrito: fa ridere che è assurdo -se non se ne coglie l'elemento parodico- o sagace -se invece lo si coglie- ma soprattutto che si ripete continuamente. Quindi la spiegazione personale di tutta 'sta fava a motore, di 'sta ricognizione filologica montata a neve è la seguente: in Frankenstein Junior, il cavallo nitrisce per fare il giro attorno ai meccanismi da cui sorge la paura negli horror classici, e per testimoniare una verità più profonda e universale. Cioè che quella roba fa ridere perché la nostra mente funziona così.
martedì 3 gennaio 2012
Bravi, bene, ancora
Il titolare del presente blog pensa che le condizioni complessive della vita nelle prigioni italiane sia uno dei più profondi elementi d'inciviltà e disumanità del nostro paese, ed è dunque soddisfatto della decisione del governo di destinare parte dei fondi ottenuti tramite l'otto per mille all'edilizia carceraria.
venerdì 23 dicembre 2011
Compagni est-europei, uno sforzo ancora dalle sale da ballo un pò più che di merda
Volevo dirvi che c'è la crisi. Che stiamo vivendo un periodo tosto, drammatico. Che ci sono sacrifici all'orizzonte. Che il nostro debito pubblico ha rischiato d'impennarsi, andare a fondo scala e spaccare l'ago. Che la disoccupazione sta all'8,3%.
Insomma, volevo dirvi che siamo abbastanza nella merda, ma lo sapete già.
In questo contesto, dare un'occhiata alla situazione del mercato del lavoro -naturalmente per riformarlo- è d'obbligo. E' un ambito da cui non può provenire il rimedio assoluto e definitivo di tutti i problemi, certo, ma un bel pezzo di quel rimedio sì. Eccome.
Oggi la legge sul mercato del lavoro è la legge 30, che il governo Berlusconi -non lo scorso, quello precedente ancora- ha chiamato legge Biagi in memoria del giuslavorista morto ammazzato dalle BR: un'operazione di branding efficacissima in ragione della quale criticare la legge è un po' come criticare un martire del terrorismo e quindi un po' come sostenere posizioni estremiste, rossissime, sovversive. Che Biagi sia stato un consulente fra molti altri, è una notizia passata in secondo piano. Che il firmatario del documento finale fosse Maroni, ancora di più.
Bene. In tutto ciò, nel parlamento italiano ci sono Pdl, Lega, Pd, Idv, Terzo Polo e gruppetti misti vari, giusto? E nel parlamento italiano, oggi, ci sono due proposte di legge di riforma del mercato del lavoro. Sono entrambe del Pd.
Questo significa -lo so che è ovvio e consequenziale, ma pensateci bene- che da aprile 2008 a dicembre 2011: il Pdl non ha messo in discussione proposte di legge sulla riforma del mercato del lavoro, la Lega non ha messo in discussione proposte di legge sulla riforma del mercato del lavoro, l'Idv non ha messo in discussione proposte di legge sulla riforma del mercato del lavoro, il Terzo Polo -c'è dentro l'Udc, per dire- non ha messo in discussione proposte di legge sulla riforma del mercato del lavoro, i gruppetti misti vari non hanno messo in discussione proposte di legge sulla riforma del mercato del lavoro.
Io penso che sia una cosa fuori dal normale, ma tanto fuori dal normale, che solo un partito abbia saputo elaborare una proposta così importante su un tema così delicato all'assemblea legislatrice del paese.
E poi penso che, relativamente al Pd, sia un problema il numero delle proposte. Una è di Ichino, d'impronta liberale; l'altra è di Nerozzi, più vicina al mondo della CGIL. Beh, un partito di centro-sinistra e d'ispirazione socialdemocratica, ma più in generale un partito sano, dal funzionamento interno organico, dialettico ed equilibrato formulerebbe una proposta. Non due.
E infine penso che da questo tema, come da altri mille elementi della vita politica italiana, si possa trarre una conclusione: il Pd è un partito pieno di difetti, di contraddizioni, di litigiosità, di errori alle spalle e di tutto quello che vi pare; ma l'unico partito in Italia fatto a forma di partito serio e credibile. E di gran lunga. Per numeri, per democrazia interna, per presenza sul territorio, per capacità dei dirigenti, per senso del paese: per la sintesi fra capacità e possibilità di trasformare qualche pezzo d'Italia in un paese moderno, laico e progressista.
sabato 17 dicembre 2011
Poi mi dovete spiegare come si fa a non volere bene a 'sti ragazzi
C'è una loro canzone che la cantante a volte esegue facendo un ballettino scemo e giocando con l'orlo della gonna. Poi una volta Regine ha fatto tutta la questione sul palco insieme a Cyndi Lauper, e da quella volta il pezzo s'è costruito una sua piccola storia per gli impallinati della band. Per dire: quando li ho visti a Milano, un tizio dietro di me a un certo punto ha chiesto a un suo amico: "La faranno quella in cui lei fa il balletto?"
Insomma, c'è questo sito che gli Arcade Fire hanno dedicato a uno dei brani più longevi del loro ultimo disco: Sprawl II (Mountains beyond Mountains). E' piuttosto divertente.
venerdì 16 dicembre 2011
"Se avete pregato per me, vi perdono"
Con un bel post, Giovanni Fontana ha ricordato i motivi per cui tutte le persone razionali e curiose di capire il mondo dovrebbero essere afflitte dalla morte di Christopher Hitchens.
Sul blog di Christian Rocca, sono segnalate alcune delle moltissime sue cose rilevanti.
Ho appena visto il filmato che c'è qui. Formidabile.
Un anno e mezzo fa. Si parla del suo cancro. Il suo interlocutore gli chiede:
-Let's talk about how you are
Al che Hitch risponde, in modo asciutto e ordinario:
-I'm dying. Everybody is, but I'm accelerating the process.
Ho appena visto il filmato che c'è qui. Formidabile.
Un anno e mezzo fa. Si parla del suo cancro. Il suo interlocutore gli chiede:
-Let's talk about how you are
Al che Hitch risponde, in modo asciutto e ordinario:
-I'm dying. Everybody is, but I'm accelerating the process.
mercoledì 14 dicembre 2011
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