venerdì 27 gennaio 2012

Als die Nazis die Kommunisten holten

Oggi è la giornata della memoria: ora può pure passarci un tir di traverso, a questa frase, ma insomma oggi è la giornata in cui si ricorda lo sterminio perpetrato contro ebrei e altre minoranze nei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale.
Oggi è il giorno dell'anno in cui le vostre possibilità di frequentare la riflessione attribuita a Brecht (Prima vennero a prendere gli zingari, per capirci) s'impennano e arrivano a fondo scala. In tele, a scuola, sui socialini, sui giornali: ovunque. La cosa strana è che quella riflessione la si può leggere in una quantità di versioni diverse: cambiano le comunità, i gruppi, l'ordine con cui vengono deportati; in certi casi cambia anche l'impostazione stilistica. 
Allora io mi sono armato della pistineria che mi contraddistingue in questi casi, e ho cercato di fare un po' di chiarezza filologica sulla natura della questione tutta. Anche perché il riferimento colto quando si parla di shoah ci sta: quello che ci sta un po' di più è conoscerne la storia. Altrimenti diventa una dedica di Jim Morrison sul diario. Di quelle scritte con l'Uni Posca. Voglio dire. 

E insomma, soprattutto grazie alla pagina messa su da un professore di storia tedesca dell'università di Santa Barbara, ho scoperto queste cose:

1) La riflessione è attribuita a Brecht, appunto. Non è originariamente sua. E' di Martin Niemöller, teologo e pastore protestante tedesco. 
2) Martin Niemöller fu prigioniero in diversi lager per otto anni. Superata la terrificante esperienza, ha ripercorso e approfondito gli anni di costruzione del consenso e di arrampicata al potere di Hitler. Subito dopo la guerra, si convinse che una grossa responsabilità della tragedie legate al nazismo fosse del popolo tedesco. Un elemento notevole della sua analisi sta nelle intenzioni di autocritica da cui nasce:
When the Nazis attacked the Communists, he was a little uneasy, but, after all, he was not a Communist, and so he did nothing; and then they attacked the Socialists, and he was a little uneasier, but, still, he was not a Socialist, and he did nothing; and then the schools, the press, the Jews, and so on, and he was always uneasier, but still he did nothing. And then they attacked the Church, and he was a Churchman, and he did something--but then it was too late."
3) Nel novembre del '45, Niemöller si recò in visita a Dachau, dove le stanze dei forni erano mantenute ancora intatte. E' abbastanza certo che la citazione abbia iniziato a ronzargli in testa proprio in quell'occasione. 
4) Buona parte della confusione relativa alle esatte parole della riflessione è responsabilità di Niemöller medesimo, che in successivi dibattiti pubblici la citò rimescolandone gli elementi, e creandone di volta in volta versioni nuove.
5) Dal gennaio al maggio 1946, in molti suoi sermoni Niemöller parlò di comunisti, disabili ed ebrei. Talvoltà, citò i Testimoni di Geova. Sembrano essere questi
6) Successivamente, incluse molto anche sindacalisti e socialdemocratici. Infine cattolici e protestanti.
7) Insomma, non si sa con certezza. Ma molto probabilmente la versione originale è quella roba qui, con i sindacalisti al posto dei disabili:


martedì 24 gennaio 2012

Comunque/2

Mi trovo per un'altra volta molto soddisfatto delle dichiarazioni del Ministro della giustizia, che con un'affermazione laconica ed equilibrata ha ricordato quello che probabilmente è il più ingombrante elemento d'inciviltà dello stato in cui viviamo:
Il carcere è, sì, un luogo di espiazione, ma non deve perdere di vista i diritti dell’uomo. L’uomo in carcere è un uomo sofferente, che deve essere rispettato. Oggi invece il carcere è una tortura.
Tutto qui, quello che c'è da dire. Il carcere è un'istituzione necessaria a qualsiasi comunità, nella misura in cui garantisce la reclusione fisica di chi si è dimostrato inadeguato alle prassi della convivenza quotidiana e pericoloso per l'incolumità del prossimo.
Il carcere in Italia, però, aggiunge alla pena stabilita dal giudice una quantità di pene accessorie provocate dalla negligenza dei poteri competenti e dalla mediocrità delle decisioni prese in materia. La reclusione nelle nostre prigioni, in quanto tale, impone ai condannati vessazioni non sancite dal potere giudiziario che li ha condannati, ma determinate dallo stato di abbandono e deficit strutturale, economico e umano di cui soffrono le nostre prigioni. Il cui scopo, già che ci siamo, è quello di rieducare gli imprigionati in vista del giorno in cui torneranno a convivere con il resto della comunità.

E quella situazione qui, non è che fa schifo secondo me: fa schifo e basta.

Comunque

Mi sembra che le obiezioni alle parole di Martone siano più concentrate a commentare la sua famiglia e il suo percorso personale che non le parole stesse. Le cose hanno un valore indipendente da chi le sostiene. Si commenti il contenuto della dichiarazione, non chi l'ha rilasciata.

lunedì 23 gennaio 2012

L'isola dei tagliagole, o dei budget sperperati

C'è un amichetto mio che al cinema va matto per le tamarrate col fischio, quelle con l'attorone carismatico e indistruttibile, con la roba che salta per aria, con le sequenze dalla verosimiglianza discutibile: quelle che un editorialista di Repubblica definirebbe -mon dieu- americanate. Su queste cose, io a volte lo seguo e a volte no: stravedo per le punte di diamante tipo L'ultimo boy-scout o Die-Hard 3 ma altre visioni fatico a reggerle. Poi lui guarda anche altro, naturalmente: è per esempio a lui che devo il consiglio di vedere quell'opera totale che è Il settimo sigillo di Bergman. 
Qualche tempo fa, mi ha raccontato di un film la cui visione si era rifiutato di terminare. Era troppo brutto, diceva. Allora se n'è andato dalla sala prima della fine. Tutti incuriositi da un disgusto così radicale da parte di una sensibilità cinematografica foderata di titanio come la sua, ci siamo messi d'accordo per vederlo insieme. Si trattava di E venne il giorno, un film di Shyamalan: una cosa di fantascienza apocalittica con una famiglia americana incasinata nel mezzo della questione. Guardare quel film è come incontrare un tale ubriaco che, siccome non sta in piedi, blatera cose incomprensibili a un palmo dal tuo naso, verso il quale alita una puzza storta di vino scadente. Nemmeno a essere indulgenti e di bocca grossa e a chiudere gli occhi, si riesce a trovare un elemento sopportabile, in E venne il giorno. E parliamo di un film: cioè di una cosa a cui lavorano centinaia di persone. A un certo punto il protagonista implora pietà a una pianta. Seriamente, con un certo trasporto drammatico: si avvicina a una pianta e le chiede pietà. Allora produci la sacrosanta bestemmia e vai a farti un tè. 
Dal dibattito scaturito da quella visione, siamo venuti a conoscenza di un film che detiene il più tremendo record della storia del cinema: è il più grosso fallimento commerciale di sempre. Costato 115 milioni di dollari, ne ha incassati 10. Allegoria.
L'abbiamo visto ieri sera. Corsari (il cui titolo originale è il più affascinante Cutthroat Island) è uscito nel 1995, ed è un film d'avventura fatto a forma dei film d'avventura: duelli, colpi di cannone, scimmiette, marinai sporchi, tradimenti, funi che si spezzano, lampadari che si trasformano in liane, un tesoro da recuperare. Ecco, primo difetto del film: non c'è mai un momento in cui le motivazioni di mettere le mani sul tesoro siano condivise, drammatiche, coinvolgenti. Sono pirati, cercano un tesoro. Fine. Ho capito, ma è il caso di condirla un po', la menata di fondo, altrimenti sono topi che cercano il formaggio.
Poi, dal punto di vista formale (parentesi: certi film, bisogna vederli nella forma in cui sono stati pensati, e cioè su uno schermo enorme, accompagnati da una musica ad altissimo volume. Corsari è uno di questi) è fatto bene: ci sono un sacco di panoramiche aeree delle navi, gli scenari spaccano, le ricostruzioni dell'epoca sono fedeli, le comparse sono centinaia, la colonna sonora ha un senso, gli inseguimenti e le battaglie si srotolano con un loro ritmo intenso, l'esplosione finale della nave è perfetta. Si ha la sensazione che una bella fetta di budget sia finita qui, e che sia stata spesa bene.
Il problema del film è che pur funzionando decentemente sul piano dell'avventura, non funziona mai sul piano della commedia: ci saranno almeno 20 stacchi nei dialoghi in cui un personaggio dice una cosa divertente nelle intenzioni ma banale nei risultati. E si capisce facilmente che il regista prevedeva una risata del pubblico, in quel momento lì, ma di ganasce che sbattono nemmeno l'ombra. E poi il film è debolissimo nei personaggi: non ci si affeziona ai buoni (né alla Geena Davis caparbia e vigorosa né al Matthew Modine "spiritoso" e sempre nei guai) e non si è affascinati dai cattivi (già, ce ne sono due: quello istituzionale e quello piratesco). Non c'è mai, nemmeno brevemente, un attimo di introspezione psicologica: sono tutti quanti delle etichette che ripetono le battute nel rispetto dei cliché del caso. I personaggi secondari, inoltre, sono del tutto inutili. Nemmeno la scimmietta dà molte soddisfazioni.
A quanto ho letto qui e qui, le ragioni per cui il film è stato un simile disastro sono legate a una quantità di sprechi in produzione, alla strategia pubblicitaria non abbastanza aggressiva e alla difficoltà di ricreare un immaginario evocativo e attraente dei Caraibi in funzione di una pellicola che viene distribuita, voglio dire, pure voi, cazzarola, a natale. 
Dovessi fare la cosa di dare un voto, darei un sei, percependolo come un mezzo regalo. E però ne ho scritto qui perché è un film tanto sfigato da meritare un po' di simpatia. 

venerdì 20 gennaio 2012

Date retta a un pirla

Vi sfido. 
Vi sfido a tentare di ragionare costruttivamente con qualche vostro amico che sulla propria pagina di Facebook ha incollato questa roba qui. Si tratta dell'espressione più fiammeggiante del qualunquismo, della ridicolizzazione di qualsiasi tema a uno slogan, a una battuta da bar. E' una specie di musical della pancia di un sacco di elettori, là fuori, che fanno dell'indignazione regolare e sistematica una moneta di scambio politico. Come se essere indignati, di per sè, equivalga ad avere ragione. 
Provate a fare un commento che, per dirne una, esponga e spieghi le ragioni giuridiche per cui Schettino non è in carcere ma ai domiciliari. Provate a scrivere che Schettino non può inquinare le prove, non può reiterare il reato e che la sua condizione attuale non configura il pericolo di una sua fuga. Provate a sostenere che senza uno di questi tre motivi non si può mettere preventivamente in carcere nessuno: nessuno. Provate ad affermare che le ragioni per cui Schettino non è in carcere sono buone, perché sono rispettose di un principio basilare come quello della libertà personale in uno stato di diritto. Provate a sostenere che la procura di Grosseto ha fatto ricorso contro la disposizione del gip, e che quindi non ci sono complotti, diobuono, ma che più normalmente dentro la magistratura stessa c'è dissenso sulla decisione di non ricorrere alla misura di cui sopra. Provate a sostenere che il processo in cui Schettino sarà imputato inizierà più in là nel tempo: e solo al termine di quello, qualora venisse giudicato colpevole, andrà in carcere.
Più in generale, provate a spiegare ai vostri interlocutori che se le cose -tutte quante, eh- sembrano loro così profondamente ingiuste, sbagliate, marce e puzzolenti, beh, probabilmente è perché non le conoscono a sufficienza; che se non hanno una spiegazione immediata non significa per forza che ci sia sotto qualcosa, ma che si tratta di questioni complesse. E, a causa di questa complessità, molti elementi possono sfuggire, o essere suscettibili di diverse interpretazioni. 
Io vi sfido, voi provate: poi mi dite com'è andata.
E attenti: perché a loro non la si fa. Loro la sanno lunga.

giovedì 19 gennaio 2012

Il mondo è piccolo, ma anche tanto divertente

Leggendo online cose su Alan Ball (sceneggiatore di American Beauty e creatore di quel capolavoro di Six Feet Under oltre che di True Blood) si scopre che gli piace molto collezionare pappagalli. 
Gli piace talmente tanto che ne ha la casa imballata. Ne ha la casa talmente imballata che le bestiole producono un casino fastidioso. Il casino è talmente fastidioso che il vicino di casa di Ball gli ha intentato una causa in ragione delle "urla disgustose simili a quelle di pterodattilo" che provengono dall'abitazione. Le urla sono talmente di pterodattilo che il vicino di casa di Alan Ball è Quentin Tarantino. Quentin Tarantino è talmente Quentin Tarantino che pensa di conoscere il suono che scaturisce dalle urla degli pterodattili.

mercoledì 18 gennaio 2012

Vede la fine, in metropolitana

Sam Peckinpah è stato un capacissimo regista che si faceva i cazzi suoi. Viene facile definirlo incazzato, rock'n'roll, trasgressivo. Lui però si faceva i cazzi suoi, e nel frattempo ispirava l'orientamento cinematografico di gente come Martin Scorsese e Quentin Tarantino. Il suo capolavoro s'intitola Il mucchio selvaggio, e racconta in chiave western la storia disperata e violentissima di una storia di disperazione e violenza. Il film è poderoso, insomma, e questo lo sanno pure i comodini. Il culto di cui ha goduto e la risonanza che ha avuto hanno fatto inoltre una quantità di giri nelle teste delle generazioni successive, fino a diventare anche il nome di una rivista italiana. 
Il mucchio selvaggio è una rivista che esiste da un botto di anni. Parla di musica e di cinema, di arte e di politica: si rivolge a una nicchia di mercato che preferisce cercarsi consumi culturali indipendenti, parla prevalentemente a un pubblico molto appassionato di roba underground, ancora abituata (pensa un po' che gente che c'è in giro) a comprare dischi e ad andare al cinema. Quando frequentavo i corsi universitari, andavo spesso alla Mondadori in Duomo a leggerlo a scrocco. Grazie alle sbarcate di recensioni, ho scoperto gente come Sufjan Stevens e Ben Folds, i Mars Volta e Alexis Murdoch. Vogliamo dire che è una rivista di sinistra fatta a forma delle riviste di sinistra? E diciamolo, che del resto i neGri hanno tutti quanti il ritmo nel sangue.
Da qualche giorno, al Mucchio, in risposta alla crisi di cui soffre la rivista da quando sono molto diminuiti i contributi statali all'editoria, hanno messo in piedi una campagna abbonamenti. Ne servono duemila prima della fine del mese, dicono, altrimenti puppa. Stanno a novecento, ora, e chissà se ce la faranno. Il nuovo direttore ha scritto un editoriale pubblicato anche sull'homepage del sito. A un certo punto, dice una cosa su cui vale la pena riflettere:
Il motivo peggiore per cui una rivista chiude - ed è quello che sta accadendo al Mucchio - è quando non ci sono più i soldi per farla. I tagli retroattivi del 15 percento al fondo per l’editoria e quelli del 50 percento decisi per l’anno a venire ci fanno temere il peggio. Dobbiamo muoverci per farne a meno e dobbiamo farlo subito.
Il tema dei contributi statali è una roba vecchia. Sappiamo che praticamente qualsiasi pubblicazione della Repubblica ne fruisce (fra i più rilevanti, solo Il Fatto ne fa a meno) e anzi che senza quei gruzzoli molte delle pubblicazioni si troverebbero costrette a fare quello che sta facendo il Mucchio. Non sono felice che Il Mucchio chiuda, naturalmente. Però, per fare economia da bar, se chiude è perché non ci sono lettori e se non ci sono lettori è perché la competizione di altre riviste (tipo Rolling Stone e XL fra le più grandi, tipo Blow Up e Rumore fra quelle più vicine al Mucchio) è vincente sul mercato. Non si tratta di un disastro o di uno scandalo, come sostengono molti affezionati alla rivista su Facebook. Ed è un impoverimento dell'offerta solo da un punto di vista molto limitato. I limiti li pone il mercato, come al solito. I vecchi collaboratori e redattori del Mucchio, quelli più bravi e competenti, andranno a fare altro, a scrivere in altri giornali, magari più solidi sotto il profilo del bilancio e più diffusi dal punto di vista quantitativo. Potranno essere letti da più persone, forse, o forse no: il problema è che Il Mucchio può pure essere il giornale più figo del mondo, ma non esiste senza lettori. Un po' come questo blog, del resto.

martedì 17 gennaio 2012

Dostoevskij diceva che il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni. Ma pure il ministro della giustizia è una roba interessante

C'è stato prima quel coso di Roberto Castelli, poi l'improbabile Clemente Mastella e infine l'anonimo Angelino Alfano. Adesso al Ministero della Giustizia c'è Paola Severino. Non è un ingegnere per l'ambiente e il territorio come il primo (che peraltro era il tipico manettaro leghista), non è un democristiano trafficone di lungo corso come il secondo, non è un giovane ambizioso solerte alla soddisfazione delle richieste del capo, poi rivelatesi incostituzionali, come il terzo. 
E' un ministro della Giustizia che dopo la laurea si è fatta il mazzo come ricercatrice, ha studiato insieme a un pozzo come Flick e ha messo in piedi una carriera universitaria che l'ha portata alla presidenza della facoltà di giurisprudenza di un'università romana. E' una che ne sa a pacchi, una che a differenza del coso non andrebbe mai in Tv a dire "Se uno fa un reato", una che ha presentato una relazione annuale lucida, rigorosa, spaccacapelli.
Poi stiamo a vedere in che modo mette le mani su uno degli ambiti più tentacolari, arrugginiti e disastrati della repubblica, ma intanto brava: brava. 

ps: lo so, probabilmente il mio applauso al suo pur breve e ancora poco concreto operato appartiene al tema più ampio della disabitudine di avere a che fare con ministri preparati, competenti e affidabili. Ma siamo nuovi di questo mondo, lasciatemi un po' d'entusiamo.

"Vada a bordo, cazzo" è il nuovo "Non chiedetevi cosa può fare il vostro paese per voi: chiedetevi cosa potete fare voi per il vostro paese"

Sulla notizia della giornata, ho letto qui una riflessione probabilmente viziata da un sovrappiù di retorica ma condivisibile nei contenuti: 
Vorrei dire una cosa a nome di tantissimi: siamo davvero stanchi di stare in prima linea, abbiamo bisogno di un capitano, uno che è da piangere quando lo senti così teso in tutta la sua lucida visione globale della complessità della vita. Della gestione della crisi. Uno a cui non sarà piaciuto per niente dire determinate cose; uno che immaginiamo non passi le giornate a pensare di fare il culo blu agli inetti e che però ne è capace, quando è il momento di. Ascoltatelo quando fa goal in tre passaggi: «lei non deve fare altre considerazioni, vada a bordo, è un ordine. Lei ha dichiarato l'abbandono nave, adesso comando io» Ascoltate le parole del capitano De Falco, perché fanno bene al cuore. Perché se vi interessa sapere se questa nazione avrà un futuro o meno, potrete sperare di sì, se e solo se ci sono più De Falco e molti meno improvvisati adolescenti che si pesano le palle ogni mattina, scoprendo di non averne un etto, qualora servissero.

Laura Palmer senza i lama nel negozio

Una delle cose migliori di avere un fratello maggiore di qualche anno è la possibilità di entrare facilmente in relazione con il mondo dei più grandi e conoscerne e possederne pezzi consistenti, di qualsiasi tipo. Nella fattispecie, a livello di consumi culturali con me ha funzionato particolarmente fra la fine delle elementari e il primo anno di liceo con le canzoni degli Articolo 31 e di alcuni gruppi metal, con certi film dell'orrore, con i primi romanzi di Enrico Brizzi, con il collezionismo delle carte di Magic e con gli albi a pubblicazione mensile di Dylan Dog.
Dylan Dog era una cosa incredibile da leggere, dai 10 ai 18 anni. C'era dentro un eroe colto e divertente, romantico ma non melenso, lastricato di buone intenzioni e afflitto da una quantità di fobie infantili. C'erano personaggi secondari appassionanti, mostri e mostriciattoli molto più concreti e tremendi e perturbanti del messaggio complessivo (ah!) secondo cui in fin dei conti il mostro vero è l'uomo stesso, c'erano Londra e altri pezzi del Regno Unito. E poi c'erano le storie: scritte da un sacco di sceneggiatori diversi ma tutte con i piedi ben piantati nella cultura fumettara da un lato e nell'immaginazione del lettore dall'altro. Gli elementi del quest si scioglievano un pezzo alla volta, la ridondanza del lato sovrannaturale era efficacemente controbilanciata dallo scetticismo del protagonista, i colpi di scena cadevano pennellati e quasi mai forzati. Funzionava un sacco.
Qualche tempo fa, chi si ricorda dove, ho letto un'intervista a uno sceneggiatore di Dylan Dog che spiegava un cambiamento secondo lui determinante della concezione dell'albo. Lui cercava di non schierarsi, rispetto a questa roba, ma secondo me la considerava un passo indietro giustificato principalmente da una trasformazione dei gusti dei lettori (e dai necessari balzelli anagrafici correlati). Si tratta dell'idea dell'ottovolante, cioè di costruire l'impianto narrativo a partire dallo scopo prioritario di disorientare il lettore con ribaltoni costanti, misteri che si accavallano senza essere dipanati, confusione del tempo della storia, scatole cinesi che stanno dentro un pendolo di Foucault che sta dentro gli ingranaggi di un orologio che sta nella tasca di un personaggio che in tutta la trama ha il solo compito di tossire in secondo piano, in dissolvenza. Il problema di quest'accumulazione salta fuori nel finale, al confronto col quale c'è troppa roba da tenere in mano contemporaneamente: invece di confluire tutti nelle ultime pagine, molti elementi introdotti in precedenza sono abbandonati, trascurati, affrontati con soluzioni traballanti. L'ottovolante: parti, fai centosei giri della morte, e scendi a un metro da dove sei partito. Il tema non è relativo solo i fumetti o Dylan Dog, naturalmente. Basti pensare a film come Vanilla Sky, o, ancora, alle capriole di Lost e compagnia bella.
Comunque: a un certo punto, Dylan Dog è diventato così. Complessissimo e arrovellato nello sviluppo, aggrovigliato e deludente nei finali. E se mi tiri scemo scemissimo scemerrimo ma il finale non sta in piedi, beh, preferisco Agatha Christie.

E a proposito di Agatha Christie, sto vedendo una serie Tv che è la testimonianza più efficace di quella modalità classica ed elegante di mettere in piedi un racconto avvincente e tirascemo, ma sobrio e ordinato. Si chiama The Killing. Quello che mi piace di The Killing è il suo essere esattamente agli antipodi dell'ottovolante. The Killing se ne sta. Essenziale e con un suo orgoglio manierista, racconta la storia di un'indagine relativa all'omicidio di una diciassettenne. Rende conto delle implicazioni politiche, del dolore della famiglia, del tema del terrorismo islamico, dell'intersezione fra storie collettive e questioni private e di qualsiasi sbattere d'ali di qualsiasi farfalla. Ma prende convinte distanze dall'incasinamento programmatico, dalle istanze di decostruzione narrativa che vanno tanto per la maggiore in un sacco di serie contemporanee. Con il suo caro vecchio rapporto di causa ed effetto, va da A a B, da B a C e così via. In The Killing capisci tutto, non ti senti mai perculato dagli autori e ti affezioni all'atmosfera piovosa e opaca di Seattle. Cosa di cui erano in grado solo Nirvana e Pearl Jam nei giorni migliori.